Descrizione
Veronica Gambara (Pralboino, 30 novembre 1485 - Correggio, 4 giugno 1550).
Di Gianfrancesco e di Alda Pio da Carpi. Fin da giovinetta fu avviata agli studi letterari, essendone il padre molto interessato. Ebbe, tra gli altri, stimoli vivi dal Trissino e poi da Pietro Bembo che le fu maestro ed amico. A quindici anni aveva visitato la patria di Virgilio ed a Mantova aveva incontrato Isabella d'Este. Alla fine del 1509 andò sposa a Gilberto X dei principi di Correggio, già vedovo di Violante Pico. Il matrimonio fu forse combinato dalla madre; con dote di 4 mila ducati, cui il marito ne aggiunse altri 2 mila con la dispensa però del legato di Bologna del 4 ottobre 1508, esistendo il quarto grado di affinità. A Correggio aprì una specie di accademia, raccolse una ricca libreria aperta agli studiosi. Da parte sua si era riservata una "cameretta segreta degli studi". Ebbe due figli: Ippolito nel 1510 e Girolamo nel 1511 che diventerà poi cardinale. Agli inizi del 1512, avendo saputo della morte del padre si portò a Brescia. Sorpresa dagli eventi bellici e durante il sacco, comandato da Gastone di Foix, potè rifugiarsi con la madre nel castello di Brescia. Indarno il marito chiese al duca di Mantova perchè ottenesse di poter tornare, la moglie, con i figlioletti a Correggio. Nel 1515 fu ad ossequiare a Bologna Leone X e Francesco I, re di Francia. In quello stesso anno visitò il santuario di Loreto. Mortole il marito il 25 agosto 1518, volle vestire sempre di scuro, come neri volle fossero i cavalli da lei usati nei suoi limitati viaggi. Sulla porta del suo appartamento fece incidere la scritta: "Ille meos primus qui me sibi junxit amores - abstulit - ille habeat secum servetque sepulchro". Nel 1524 faceva chiedere ad Alessandro Pepoli un cavallo nero per avere "quattro vie più che notti oscure, conformi proprio a suoi travagli." Più tardi riuscì a far sposare Ginevra, sua figliastra (figlia di Gilberto e di Violante Pico) al conte Paolo Fregoso e l'altra figliastra Costanza con Alessandro Gonzaga, marchese di Novellara. Nel 1523 ospitava nel suo palazzo la madre Alda ed il suo fratello cardinale Uberto. Nel frattempo dovette sostenere i disagi della guerra portata sul territorio di Correggio da Pico della Mirandola e nel 1528-29 affrontò, con larghezza e generosità, la peste e la carestia che desolarono Correggio. Rivendicò la restituzione di Brescello e di Castelnuovo (nel Tortonese) e diede alcuni statuti molto apprezzati. Nel 1541 maritò il figlio maggiore Ippolito con Chiara di Correggio e potè vedere l'altro figlio, Gerolamo, cardinale. Il 23 marzo 1530 e nel 1532 ospitava nel suo palazzo di Correggio Carlo V. Ebbe pure presso di sè l'Ariosto di cui ne fu seguace nelle rime. Fece dipingere appositamente un suo appartamento dal pittore Allegri, detto il Coreggio. Solenni furono i suoi funerali; venne sepolta nella chiesa di S. Domenico, dove le venne eretto un monumento, purtroppo andato distrutto nel 1557, durante l'assedio che Correggio subì da parte della Lega. Di forte complessione, fu però, secondo i contemporanei, di animo gentile, affettuosa, caritativa. Tre colpe le vennero imputate: di aver lodato l'Aretino, non valutato il pittore Allegri e creduto alla magia. Le furono imputati anche rapporti con i Valdesi. I suoi versi vennero raccolti in "Rime e lettere di Veronica Gambara, principessa di Correggio", pubblicati a Brescia da G.M. Rizzardi, 1759 in 8°. Cinque sonetti inediti e due lettere vennero pubblicati nelle "Memorie di Veronica" di P. Luigi Pungileoni, professore di teologia e dogmatica all'Università di Urbino, con dedica e prefazione di Francesco Gambara, presso Nicoli Cristiani, Brescia 1821. Due sonetti ed un madrigale, tolti dal codice della Marciana, vennero pubblicati da Bartolomeo Campana nell'opuscolo "Per le Nozze Freschi-Pensini ", in Venezia, Tipografia Emiliana, 1879. Vennero poi pubblicate da Luigi Amaduzzi, (Pecorini, Guastalla nel 1889), "Undici lettere inedite di V.G. ed un'ode latina tradotta in volgare". Due ritratti suoi, tratti da opere della Pinacoteca di Alessandro Arrivabene di Correggio e di casa Gambara sono stati messi agli inizi della biografia stampata dal Lami a Brescia nel 1759, dall'editore Rizzardi ed un altro nell'opuscolo del Pungileoni. Un altro esistente nella Galleria Giovio di Como venne pubblicato nelle "Famiglie illustri" di Pompeo Litta. Ebbe lodi dai cardinali Bembo, Sadoleto, Ridolfi, dall'Ariosto, dal Molza, dal Sannazzaro, da Bernardo Tasso e da Paolo Giovio. Petrarchista, qualcuno la paragona a Madame de Sevignè per la stessa grazia sorridente e gaia, anche nell'ironia sottile che talvolta sfiora le labbra, di solito dischiuse solo a parole gentili e soavi. La naturalezza, la squisita cortesia della forma, la letizia che spira da tali righe fanno di queste lettere uno dei modelli migliori del genere e come raramente è dato trovare anche fra le più elette scrittrici. Interessante è il suo "Epistolario" nel quale le lettere indirizzate a principi (Carlo I, Francesco I, ai Farnese, ai Medici) e a letterati, sono impacciate per la preoccupazione dell'eleganza della forma, quelle agli amici e conoscenti, sono fresche, spontanee e non prive d'importanza storica. Vi compare la madre attenta ai figli ed alla loro carriera, s'interessa del Concilio di Trento come un'italiana che si duole, col Bembo a cui talora manda rallegramenti, tal altra conforti, "delle nuvole che sovrastano alla nostra misera Italia". Insomma emergono dalle sue lettere tutte le vicende di ogni momento della sua famiglia, del suo stato, utili per la conoscenza dei costumi del tempo, perché non è sempre dato di leggere lettere di una principessa che parli di stoffe e di verdure non meno che di politica. Per questa, in amicizia con Carlo V, riuscì ad ottenere privilegi per il suo piccolo Stato che si manteneva indipendente, quando Milano e Napoli da decenni più non lo erano. Oltre all'epistolario lasciò un "Canzoniere" di 37 sonetti, alcuni madrigali ed una ballata. Tolti i sonetti dell'età giovanile, esprimenti "sobri accenni di inquietudini vaghe", e quelli della maturità, ispirati dalla religione, o ad una malinconica filosofia, gli altri sono elogi per letterati o personaggi illustri, quali Vittoria Colonna, Pietro Bembo, Paolo III, Carlo V, il marchese di Vasto, Maria D'Aragona, Cosimo I. I suoi versi, la maggior parte in sonetti, si possono agevolmente raggruppare in cinque diverse categorie: e primi mettiamo i versi d'occasione, di saluto, di encomio, di augurio a nuovi sposi, di compianto per la morte d'Ippolito d'Este o del Bembo, tutti benissimo rigirati, quasi sempre magistralmente organati in istrofe, ma insomma oggi al gusto accademico. Le più sincere rime sono quelle che cantano il suo composto e profondo gaudio per l'amore del marito. In tre sonetti, detti "degli occhi lucenti" la sposa innamorata pur con quel riserbo che le era proprio, canta quegli occhi che sono lucenti, sereni, chiari, felici, "limpide stelle mie soavi e liete" e ne esprime gli effetti che producono sul suo cuore. "Abbracciano". "tutta la vicenda sentimentale di Veronica ridotta ad una semplicità che non potrebbe essere più esemplare. Essi aggiungono al volto della poetessa, gelido e chiuso, un muto sorriso, un fascino, assorto e pensoso che è il segno di una ricchezza sentimentale dedicata silenziosamente a chi doveva portarne nella tomba il ricordo". Giudizio sereno, che attenua quello del Croce il quale, pur riconoscendo a questa "alta e severa dama di temperati affetti", una "squisita educazione letteraria", gran "compostezza e decoro letterario", aggiunge che "il non molto che aveva da dire fu da essa non molto originalmente pensato e sentito". Qualcuno la accusa di freddezza e convenzionalità. Il Leopardi ebbe cara una stanza della Gambara, la quinta per il verso "Certi" non d'altro mai che di morire..." rispondente alla convinzione da lui espressa nel "Cantico del gallo silvestre": "Ogni parte dell'universo, si affretta infaticabilmente alla morte...". Sue rime esistono manoscritte nella Biblioteca Marciana di Venezia. La poca fortuna della Gambara ci è testimoniata dalla mancanza di ristampe delle sue rime dopo l'edizione diamante del Barbera a cura di Pia Mestica Chiappetti nel 1879; e dalla negligenza degli studiosi i quali non ricercano le notizie e gli scritti che si sanno inediti di lei, se eccettuiamo il Salsa che ne trovò e pubblicò alcuni. Lodovico Ariosto ha scritto di lei: "Si grata a Febo e al santo aonio coro". A Brescia venne a lei dedicata una via e l'Istituto Magistrale; a Pralboino, dove nacque, la piazza principale del paese.